SGUARDI

SGUARDI
di Gerardo Pedicini

L’essenza del linguaggio è racchiusa nella vicinanza tra poetare e pensare che, secondo Heidegger, “noi chiamiamo Dire originario (Sage)”. Ma “dire, sagan, significa mo-strare: far apparire, dischiudere, illuminando-celando, nel senso di: porgere ciò che chiamiamo mondo. Questo porgere il mondo, che è insieme un illuminare e celare o velare”, è ben presente nei recenti lavori di Pio Peruzzini dove si assiste a un modo nuovo di rapportarsi con il reale. Il soggetto fotografato viene infatti rappresentato al di fuori di ogni visione falsamente documentaria o simbolica: è colto cioè nell’intimità della sua presenza. Viatico di questa narrazione in presa diretta sono gli occhi: hanno un ruolo determinante e, insieme, suggestivo nella formalizzazione dell’immagine. Raccontano vita, amori, delusioni, felicità, insoddisfazioni, incertezze, desi- deri. Mai prima di adesso la fotografia era riuscita a raggiungere tale intensità e particolarità di visione. Qui è la maestria del fotografo: riuscire a cogliere il narrante mentre si narra, mentre cioè dispiega la propria esistenza diventando narratore di se stesso, specchio, dire originario dell’anima, penetrando col suo dire profondamente nel nostro essere. Ognuno con la propria storia. Come accade alla vecchia che fissa un lontano orizzonte senza più certezze del domani o alla donna che appare smarrita entro se stessa o all’uomo che invece appare sicuro delle proprie certezze. Ogni immagine, insomma, dispiega una storia. Gli occhi sono forieri dei travasi segreti dell’anima. delle incertezze che attanagliano il soggetto, anche laddove la vita è un’eco lontana e incerta. Dietro ogni sguardo c’è insomma une trance de vie. Anche negli occhi delle statue si avverte la stessa intimità segreta: sono essi che “parlano”, narrano, raccontano la loro esistenza separata o interna alle cose a loro circostanti. Lo fanno con più discrezione, con una intimità più soffusa e incerta ma, allo stesso tempo, ancor più scoperta. Anzi, direi, che dagli sguardi delle statue promana ancor più forte la tensione, il bisogno di stabilire un intenso legame con la vita. E ne è prova la foto dove ciò viene sottolineato con chiara evidenza. Intendo la foto della santa che, in un laboratorio, dirige lo sguardo verso la giovane restauratrice intenta a detergere le macchie di muffa dalla sua veste come per chiederle soccorso, per invocare un aiuto, per intavolare un dialogo. Il suo desiderio è smettere i panni della santa per indossare quelli di una donna. La sua santità non la conforta della solitudine. Lo stesso avviene in quasi tutti i personaggi presenti in questa rassegna. I loro occhi sprofondano nei nostri: sembrano quasi invitarci ad aprire il nostro essere al loro dire originario: in altri termini ci sollecitano a interagire con loro, lasciandoci dietro le spalle insolvenze, debolezze e fragilità della nostra epoca. È un richiamo che ci porta a considerare l’altro come noi stessi, perché la loro storia è la nostra storia, il loro dire è il nostro dire. Questo, mi sembra, il dato principale di questi Sguardi del fotografo salernitano. Insomma, il legame che si stabilisce tra chi guarda e chi è guardato è duplice. Da un lato ci siamo noi con le nostre sovrastrutture, con la rigidità dei nostri schemi sociali; dall’altra il nostro essere segreto che si scopre soltanto quando, messo alle strette dall’evidenza della realtà oggettiva, ci incontriamo con l’altro diverso da noi. I primi a sorprenderci di questa scoperta siamo noi. Avvertiamo con bruciante passione che gli occhi, gli sguardi, la luce di questi ritratti, siano essi persone o cose inanimate, penetrano in noi e si situano nell’aver luogo del linguaggio e iniziano dentro di noi un fitto colloquio per nuovi eventi, nuove situazioni e modificazioni interiori.
Non diversamente avviene nella lirica del dolce stil novo. Infatti, la tematica della luce, cioè di un nuovo modo di sentire, teorizzato già nel trattato De luce del france-scano Bartolomeo da Bologna, realizza la “funzione mediatrice tra l’immagine tradi-zionale e l’immagine nuova, arricchita di nuove risonanze”; per cui si intuisce “come una rivelazione la possibilità di trasferire effettivamente l’immagine dal piano metafo-rico al piano metafisico”. È quanto accade anche nella ricerca del nostro fotografo: il passaggio dalla realtà alla formalizzazione della immagine avviene attraverso la luce, cioè il dire heideggeriano con cui si stabilisce il rapporto tra soggetto e oggetto della conoscenza per cui mondo e cose non sono realtà distinte ma si compenetrano vicen-devolmente nella trascrizione luminosa sulla carta e, intersecandosi, oltrepassano la li-nea mediana che è alla base della loro intimità per presentarsi ai nostri occhi come originalità irripetibile dell’homo interior contrapposto all’ homo exterior perché solo “in interiore homine habitat veritas”. In questo rapporto interscambiabile il mondo si fa prossimo a noi e noi possiamo immergerci in lui, riconoscere e scoprire quella parte di realtà lontana da noi, ma a noi prossima tanto da essere nostra. Ciò può avvenire soltanto quando chi si pone nell’atto della creazione non come soggetto forte di fronte alle cose, come cioè colui che intende dar corso alla propria teoria e pretendere di di-spiegare la natura delle cose, ma come colui che, di contro, essendo intimo alle cose, consente ad esse di parlare della loro esclusione, della loro vita separata, delle loro de-bolezze e delle loro piccole e fragili felicità. Il che mi sembra il modo più semplice di intrattenere rapporti corretti e non inquinati con l’altro da sé del nostro essere che è, di fatto, il nostro essere profondo e segreto. E per questa via recuperare l’esistenza dell’altro come nostra esistenza: comprenderne pienamente le ansie, il lento scorri-mento di giorni continui, le fragilità e le intime bellezze della vita. Quale che sia. È questo, al di là di tutto, il messaggio più vivo che ci viene dal retto operare del foto-grafo salernitano. E non è poco.

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